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#ilpiugrandespettacolo?

Fiorello è lì, in mezzo alla platea!

Fiorello non ci sta antipatico. L’abbiamo apprezzato molto, lungo la sua carriera fatta di alti e non-proprio-alti: dagli esordi… eccetera eccetera. 

La storia di Fiorello la conosciamo tutti, sappiamo chi è, che fa, che ha fatto. È uno dei pochi esempi di personaggio pubblico che vive con una certa serenità il suo modo di essere, di fare, di essere stato. Senza essere presuntuoso o paraculo o sputtanato. E in Italia questo è difficile, specie se fai televisione.

Questo per dovere di cronaca: abbiamo riso tutti e tanto per Viva Radio2, aspettavamo con ansia i suoi personaggi migliori, bramavamo Mike, lo Smemorato di Cologno e il sempiterno Camilleri, che – come dei veri e propri demoni – si impadronivano di Rosario, per farlo diventare altro. 

Insomma, Fiorello è bravo, non ci sono santi. Però non ci è piaciuto #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend. Che ha un miliardo di meriti, tutti indiscutibili. Tanto per cominciare, ha portato Twitter al grande pubblico. Il GRANDE pubblico, quello di venti milioni di persone e non i quattromila influencers – cazzutissimi, per l’amor di dio, ma pur sempre quattromila – che usavano Twitter fino a ieri. Questi ultimi un po’ si sono incazzati, ma alla fine sono stati anche loro conquistati da Saso.

E lo sono stati proprio perché il programma parla a loro e solo a loro, riuscendo in un geniale mix che è una rivelazione e insieme una geniale invenzione: al grande pubblico non gliene frega niente dei contenuti del programma, l’importante è la forma, la ripetitività, la prevedibilità; agli influencers, invece, interessa il contenuto. La scelta degli ospiti, in questo senso è fuori fuoco rispetto al mainstream-mainstream: Coldplay, Elisa, Giorgia… sì, ok, è pop, figuriamoci, ma non è il pop-prima-serata-rai-uno. Anche perché, in Italia, oggi, l’alternativa è desolante, sia in termini musicali che di intrattenimento.

Fiorello ha centrato il punto: oggi chi conta non è il grande pubblico, ma quella fetta di pubblico costituito dagli indie-mainstream, i consumatori critici che detengono e spostano pacchetti di consenso sulla base dei propri giudizi. Lo fa con contenuti, spesso interessanti, inseriti in un contenitore comprensibile anche dalle menti più semplici, usando l’armamentario tipico del comico cabarettista. 

Il punto di dubbio che ci rimane, però, è proprio questo: la formula funziona a una prima occhiata, ma tutto da l’idea di essere un po’ buttato lì, affidato unicamente alla capacità di Fiorello di “sapersene uscire”. Spesso gli attacchi non hanno tono e soltanto dopo un po’ le cose cominciano a far ridere un po’. L’attacco di ieri sera, lentissimo e fuori fuoco rispetto a una platea fredda, ne è un esempio.

Forse il problema è che siamo troppo attaccati ai tempi radiofonici o che giudichiamo con occhio troppo critico il divertimento. Forse siamo troppo scettici. Forse siamo solo delle brutte persone.

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